domenica 31 dicembre 2017

Le mie ultime visioni dell'anno

Ho finito in bellezza, a mio modesto parere: con un film che volevo recuperare da tempo e uno...idem. Due titoli che erano in lista da tempo e che mi son gustato con calma. Uno più mainstream, l'altro un po' meno.
Ma vediamoli nel dettaglio.
Occhio agli SPOILER, grandi e piccoli.


Strange Days (Kathryn Bigelow, 1996)

L'ho sentito nominare come un film alla Matrix, come il suo gemello sfigato, visto che è stato un flop epocale a quanto so.
Per me un flop immeritato visto che da quando l'ho visto non faccio che pensarci perlomeno per qualche minuto al dì. Mi capita solo con i film che amo alla follia.
Io mi sono affezionato alla storia di Lenny Nero, che parte con il massimo della sfortuna ma che acquista carisma nel corso della storia.
E' un fattone di Squid, una sorta di realtà virtuale con cui si si sballa alle porte del nuovo millennio. Con queste immagini in soggettiva, squarci di vita degli operatori di questi minifilm verissimi ( e a volte bruttissimi, come vedrà Nero) si gode di esperienze esaltanti, anche se non sempre.
La regista per me con questo film minimizza l'aspetto fantascientifico a livello estetico ma è un gran bel risultato per quanto riguarda la storia, che resta umanissima e tragica nonostante le “stranezze” dettate dall'elemento Squid.
Consiglio di vederlo, è un noir futuristico non banale: per una volta un film mi sono innamorato di tutti i personaggi: del Lenny Nero di Ralph Fiennes (attore che adoro dai tempi di Red Dragon); della Mace di Angela Bassett, apparentemente rigida e severa con Nero ma con un grande cuore; del Philo Gant di Michael Wincott, che consegna ai posteri un Top Dollar più ambiguo; dell'adorabile Faith di Juliette Lewis, che canta come fosse una versione alterata e disperata delle cantanti da night di David Lynch.
Insomma una bella storia, bei personaggi. Grande film. La Bigelow va seguita di più, devo mettermelo in testa. Basta la prima scena comunque per elevare sto film alla leggenda.

I Spit on Your Grave 3: Vengeance is Mine (R.D. Braunstein, 2015)

Tanta roba. Dopo il remake del primo e il sequel che cambiava tutto facendo a meno della protagonista principale, qui rivediamo Jennifer Hills e le conseguenze di ciò che ha passato nel primo film, una Sarah Butler sempre in parte e sempre bellissima fa il film secondo me. Se i precedenti erano degni esponenti del rape & revenge, qui si va più sul tema della vendetta e dell'ossessione.
Questo non vuol dire che è un film per tutti i palati, non ha la patina da film mainstream e non vuole essere tale.
E' la storia di una Jennifer Hills che vuole cambiare facendo parte di un gruppo di sostegno per donne in difficoltà, vittime di stupri e abusi...ma le ossessioni torneranno prepotenti e si scenderà pure un po' in un bel delirio. A tratti mi ricorda lo speculare Julia.
Da vedere il ritorno di Jennifer Hills all'azione. La rabbia sarà nuovamente scatenata da ciò che accade ad un amica del gruppo di aiuto e rivedremo scorrere sangue, un po' come accaduto in Louisiana nel primo grande film del 2010.
Insomma in soldoni io posso parlare, soggettivamente, di bella trilogia, anche se forse avrei preferito il ritorno di Jennifer nel 2.
Per chi è a digiuno di questi film, consiglio magari di provare con il primo, il remake insomma.
Ribadisco, però , non è per tutti.

P.S Buon anno a tutti, comunque! Altri film così, avanti. Fra i prossimi film recensiti ci potrebbe essere Dark Waters di Mariano Baino, lo anticipo.




martedì 26 settembre 2017

Samara Morgan e i Cerchi che si chiudono

Non ricordo con precisione quando è uscito da noi (forse nei primi mesi del 2003), ma c'è un fatto di incontrovertibile verità: The Ring di Gore Verbinski mi ha cambiato la vita. Non so se in meglio ma è la pellicola che mi ha dato la spinta definitiva ad interessarmi all'horror e a viverlo con soddisfazione. Prima vivacchiavo di trailer e action figure mostriformi, ma stentavo nel vedere film horror perchè ne avevo paura. Samara Morgan ha sdoganato tutto, poco importa se prima sono venuti Sadako e Hideo Nakata.
Per primo ho visto il film di Verbinski e ricordo ancora il vago terrore, al cinema, che sul finale, è diventato paranoia. Per una settimana (“Sette giorni...” direbbe la cara ragazza) ho avuto timore che il televisore in salotto si potesse accendere da solo. Questo panico, questa angoscia la devo a Gore Verbinski, allo sceneggiatore Ehren Kruger e alle loro capacità nel saper infondere suspense e orrore in una storia altrimenti abbastanza classica e forse scontata. La solita maledizione rancorosa aggiornata in tempi (non più) tanto moderni.
Questo tipo di film horror e più o meno, se non con la stessa qualità e energia, la stessa paura li ho ritrovati un po' in Unfriended e in Friend Request. Due esempi , questi sì modernissimi, di film che cercano di incutere paura per la tecnologia e per me un po' ci sono riusciti.
Ma non mi dimentico delle mie giornate ansiogene, quando, seppur con un po' di divertimento, guardavo la tivù per controllare se Samara potesse fare capolino e trascinarmi in chissà quale aldilà lovecraftiano e buio.

Poco importa se il secondo film, ad opera di Nakata, è meno “technology oriented” e se il tardo terzo capitolo film di Gutierrez non è “fresco” come il primo. Non posso scordarmi di Naomi Watts, che per come la vedo io nei primi due film fa uno dei ruoli più incantevoli della sua carriera. Come non posso scordarmi di quei capelli lunghi, di quel corpo pixelloso che usciva nel mondo attraverso una stanza asettica, prendendosi una vita.