domenica 23 maggio 2021

Christiane F.- Noi, i ragazzi dello Zoo di Berlino: Una triste storia vera

Il Sound, “la discoteca più moderna d’Europa”, come viene descritta nei manifesti che pubblicizzano il locale notturno: si tratta del luogo dove Christiane inizia il suo percorso di fuga dalla realtà, probabilmente anche dalla sua stessa vita. Vive a Berlino, in un quartiere dormitorio, dove ai bambini è vietato giocare, non possono fare quasi niente. La madre è quasi sempre assente, il padre violento e con problemi di alcol dopo aver riversato per anni le sue frustrazioni sui suoi ha abbandonato la famiglia e anche la sorella di Christiane lo segue ben presto, lasciando la ragazza quasi del tutto sola. Quindi a Christiane non resta che trovarsi nuovi amici che le facciano dimenticare la sua situazione. Prova di tutto, fin dall’età di dodici anni inizia con droghe leggere per poi passare lentamente all’eroina. Arriva a “bucarsi” per la prima volta all’età di quattordici anni e da lì precipita nella degradazione, in un percorso autodistruttivo dove sovente è consapevole di ciò che sta facendo a sé stessa. Si vende per avere i soldi utili a comprarsi l’eroina, ogni giorno è come invaso da questo continuo ossessivo bisogno. Lei agisce così, pomeriggio dopo pomeriggio, abbandonata a sé stessa, con la sola compagnia di amici con il suo stesso problema. Troverà pian piano la forza di uscire da questa spirale ma come sappiamo dai due libri su questa storia non ne è mai uscita del tutto, purtroppo. Il primo libro è di certo il più sconvolgente, l’ho letto in questi giorni dopo aver visto la miniserie. “Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino” è un autentica mazzata, soprattutto per chi ha un po' la mia empatia nei confronti di determinati argomenti e situazioni. Il film di Uli Edel del 1981 non è da meno, anche se glissa su alcuni eventi e situazioni narrati nel libro. Confesso che quando lo rivedo i miei condotti lacrimali tendono pericolosamente a implodere. Può infatti risultare inquietante e deprimente, ma secondo me risulta ancora attuale per chi vuole capire il problema della droga e ciò che causa in ogni individuo che diventa succube, schiavo di essa. Il film lo vidi a scuola e mi sembra tuttora più inquietante di qualsiasi film horror, perché tratto da un qualcosa di vero e immensamente triste. Poi mi fece conoscere la musica di David Bowie, il brano “Heroes” lo associo sempre a questo film. Consigliato a chi non ha paura di avere a che fare con la realtà nuda e cruda, con uno spaccato di storia degli anni settanta.

martedì 1 dicembre 2020

Castle Rock: Tra angoscia e ossessione (dicesi binge-watching)

Estatica visione. Non mi capitava dal 2008 di vedere una serie tv in così poco tempo. Erano i tempi delle mie prime scoperte televisive quando divoravo i dvd di Twin Peaks e a parte The walking dead esistono poche serie che mi hanno preso tanto. Fino a pochi giorni fa, quando mi son messo a vedere Castle Rock, serie-monstre, contenitore di mondi kinghiani. A dirla tutta, é uno dei maggiori compimenti del multiverso di Stephen King, almeno a mio parere. Si parte con gli eventi che ruotano attorno alla figura di Henry Deaver, avvocato che viene chiamato a occuparsi di un ritrovamento nella prigione di Shawshank: un ragazzo inquietante e poco loquace (Bill Skarsgård, il Pennywise di It di Muschietti) viene trovato in una gabbia nei sotterranei. Da qui le vicende che coinvolgeranno svariati personaggi, tra cui segnalo una grandissima Sissy Spacek e una Jane Levy piuttosto divertente/divertita. Non vi rovino altre sorprese ma la stagione in sè l'ho trovata molto ansiogena stile True Detective 1. Stagione 2. Siamo a Castle Rock ma per lo più coinvolgono a sto giro Salem's Lot o Jerusalem's Lot, come recita il titolo del primo succulento racconto alla HPL di King. Ci sono i Merrill, cioè Ace de "Il corpo" e del racconto "Nona"; c'è Reginald "Pop", interpretato da un ritrovato Tim Robbins, perfetto nel ruolo. Ma soprattutto c'è Lei, Annie Wilkes, che vediamo nelle fattezze di Lizzy Caplan, che sa riportare su schermo le nevrosi ma anche l'umanità di una donna a dir poco disturbata e disperata. Anche qui non dico altro ma mi limito a dire che il futuro incubo di Paul Sheldon dà tutto un altro ritmo e sapore alla serie, tanto che onestamente la vorrei rivedere con una vera e propria storia tutta per lei. Serie promossa, che vorrei vedere ancora e che soprattutto consiglio ai fedeli kinghiani ma non solo.